Wednesday, 26 November 2014

La mia ignoranza

Nei film muore un sacco di gente. Spesso di morte violenta, ma anche di malattia. Di solito l'unico segno della loro morte imminente e' la voce strascicata e lo sguardo languido con cui dal letto guardano le persone che si radunano al loro capezzale. A questo punto, di solito lanciano le loro ultime parole di grande acume che colpiscono perfettamente nel segno, dopo di che emettono un 'aaah...' lascivo e chiudono gli occhi, segno che la vita li ha abbandonati. Non un indizio di dolore, agitazione, confusione: nulla. Dal benessere al nulla.
Non che io non sospettassi che la realta' non fosse esattamente cosi', pero' esattamente non sapevo neanche io cosa aspettarmi. Pur essendo medico, la realta' a cui ero abituato nella mia pratica clinica in terapia intensiva era estremamente diversa: tutto avviene a velocita' maggiore li', e raramente i pazienti morenti non sono sedati. 
Ma non avevo davvero idea che mi sarei trovato di fronte a un continuo altalenarsi di piccoli miglioramenti e grandi peggioramenti, di periodi di benessere intervallati da crisi di dolore, di momenti di lucidita' e quasi normalita' che si alternano con pianto, depressione, tristezza e tanto, ma tanto sonno.
Non sapevo che mi sarei trovato a decidere quanto prendere sul serio mia madre quando dice che vuole morire e che vuole andare in Svizzera per il suicidio assistito, poi cambia idea e dice che in fondo ha avuto belle giornate anche cosi', poi la ricambia di nuovo e cosi' via, seguendo l'umore del momento.
Non sapevo che ad un certo punto avremmo dovuto decidere anche fino a che punto trattarla quando comincia a vomitare, quando si disidrata e rifiuta fortemente l'idratazione endovenosa, salvo poi ricambiare idea nel bel mezzo della notte, sfinita nel corpo e nello spirito, accettando a malincuore con qualche lacrima e qualche grido i tentativi miei e dell'infermiere di introdurre una cannula di plastica nelle sue vene prosciugate.
Non sapevo che avrei dovuto bilanciare queste decisioni con l'umore estremamente mutevole di mia madre, il suo fermo e ragionevolissimo desiderio di rimanere a casa e non essere portata in ospedale, nonche' con i canoni etici e le pratiche in vigore da queste parti, che non sono necessariamente gli stessi a cui mi ero abituato in anni di lavoro nel Regno Unito.
Insomma, sto scoprendo qualcosa di nuovo ogni giorno. E raramente sono belle scoperte.

Alti e bassi

Pomeriggio. Il sole filtra tra i rami dell'albero di ulivo che si erge sotto la finestra della camera da letto di mia madre. L'aria e' tiepida e profuma di fiori autunnali e di brodo vegetale. In sottofondo, il russare regolare di mia madre e il vocio concitato di due strani personaggi che litigano in un programma televisivo. Si vede che il mio massaggio e' stato efficace, penso, sono riuscito a farla addormentare. Abbasso il volume della TV ed esco dalla stanza. 
A volte questo compito di assistere mia madre e' piuttosto facile, dopo tutto. Sono in Italia, il tempo e' mite e il cibo buono, e tra un momento drammatico e l'altro mi sembra di potermi abituare a questa nuova strana vita scandita dai pochi compiti pratici a cui devo assolvere ogni giorno: spesa, farmacia, cibo ai cani, qualche gita all'ASL o dal ragioniere. Quando la giornata va bene riesco persino ad andare in palestra e a cucinarmi qualcosa di buono. Mi sembra che la malattia di mia madre sia solo una scusa per la mia pigrizia, di essere qui perché non avevo voglia di lavorare per un po'. Ci sto male, penso che non dovrei essere qui, che mi sto allontanando troppo dalla mia vita normale e che sara' difficile tornarci, un giorno.
Altre volte invece stare qui mi sembra insopportabile. Quando mia madre piange a dirotto, o quando obnubilata dai farmaci lancia accuse di vario tipo. E' in queste situazioni che mi trovo a sperare che tutto questo finisca in fretta. anche se fine in questo caso vuol dire morte.
E' una strana situazione, dove non riesco a godermi i momenti buoni perche' sembrano la porta di ingresso di una corridoio freddo e male illuminato di cui non vedo l'uscita, e temo i momenti cattivi perche' sembrano la porta di ingresso di una stanza ampia e triste.